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Oggi più che mai gli stimoli provenienti dai mezzi di informazione suscitano apprensione e reazioni anche profonde della personalità. Non essendo possibile vivere in una chiusura ermetica rispetto all’ambiente ci troviamo costretti a ricercare il benessere psicofisico attraverso un processo di armonizzazione, come possibile, tra il nostro modo di pensare e questi stimoli così ansiogeni per non dire angoscianti.

Il benessere della mente non è semplice sinonimo di rilassamento e pace interiore. Il benessere significa innanzitutto buon adattamento all’ambiente. Per questo motivo l’ambiente (anche quello relazionale) deve risultare “vivibile” cioè compatibile con la vita, nel nostro caso mentale, dell’uomo.

L’essere umano cresce acquisendo l’abilità di regolare le proprie emozioni e reazioni, in modo tale da risultare alla fine soddisfatto rispetto ai propri impulsi ma anche “accettato” dalla società in cui vive. Principi interiori si sovrappongono o si rapportano ai principi sociali condivisi e ciascuno di noi ha il compito, non sempre facile, di mantenersi in equilibrio tra ciò che sente come utile a se stesso e ciò che non sia dannoso agli altri o alla propria immagine sociale. Uno degli aspetti più utili per rendere facile questo compito di adattamento all’ambiente è la prevedibilità dei comportamenti. Avere chiaro in mente quali conseguenze portino certi eventuali comportamenti aiuta la mente umana ad autoregolarsi prima di agire, immettendo quindi un filtro all’esaudimento impulsivo dei propri desideri. Il grado di maturità psicologica di un individuo si può anche misurare considerando questa capacità di rispettare la propria interiorità (gli impulsi del momento, i bisogni, le reazioni automatiche come le emozioni) senza oltrepassare il limite oltre cui la società, gli altri individui, segnalerebbero reazioni negative (punizioni, disconferme, giudizi negativi, reazioni di isolamento, ecc.).

Il benessere è dunque figlio di quei comportamenti che sono la soluzione a questo gioco di richieste tra l’individuo (nella sua unicità interiore) e l’ambiente sociale (nel senso di appartenenza ad una stessa dimensione culturale, con principi, regole e convenzioni condivise). Da questa impostazione risulta evidente come di fronte a situazioni eccessive, da una parte o dall’altra, si creino squilibri tali da ridurre immediatamente la percezione e lo stato di benessere. In condizioni di squilibrio appaiono segnali di tensione, iper-reazioni emotive, intolleranza, incapacità di adattarsi alle mille sfumature delle situazioni della vita, con il risultato di apparire esagerati, drammatici, come pesci fuori d’acqua. Nasce e cresce il senso di non appartenenza, di vuoto, causati anche dalle mancate soddisfazioni delle richieste personali (mancanza di realizzazioni) o dai continui messaggi negativi dell’ambiente (rifiuto, isolamento, aggressività nelle relazioni, incompatibilità nel dialogo, ecc.).

La mente umana, la personalità di ogni individuo, deve continuamente “lavorare” per rendere più stabile possibile il senso di autostima e la capacità di adattamento. Quando dai mass media arrivano notizie continue di fatti di sangue, crimini o catastrofi, palesi ingiustizie, guerre che coinvolgono anche persone del nostro stesso gruppo culturale e sociale, le reazioni di allarme e di coinvolgimento pesano senz’altro più intensamente e più profondamente, tanto da rendere difficile l’opera di equilibrio di cui parlavamo rispetto alle tensioni interne. L’uomo deve innanzitutto non cadere per non perdere l’equilibrio e su questo concetto probabilmente si basano le reazioni quasi automatiche che leggiamo nei comportamenti di alcuni individui, proprio nei tempi in cui aumentano e si fanno più cruenti le notizie di guerre, crimini e abusi.

E’ facile notare alcune reazioni, a prima vista sorprendenti, che però hanno un significato difensivo nelle menti di chi le mette in atto. Ci sono persone che di fronte all’asfissia di notizie così angoscianti non può trattenere una reazione aggressiva e rabbiosa, che mal si presta ad una gestione individuale, soprattutto perché la notizia proviene dall’esterno come avvenimento che riguarda una pluralità di persone, mentre chi la riceve a volte non ha alcun legame diretto, né possibilità di intervento immediato sulla situazione. Nasce così a volte un improvviso odio per le autorità che non proteggono i cittadini, oppure un odio rancoroso verso colui o coloro che si ritengono responsabili dei fatti sanguinosi o addirittura contro i semplici sostenitori di un’idea diversa da quella ritenuta come necessaria per la soluzione dei problemi. Qui più che un giudizio viene proprio creata una sorta di intenzione distruttiva: se fosse possibile praticherebbero una reazione violenta e distruttiva proporzionale all’intensità con cui hanno subito la notizia che li ha messi a contatto con queste emozioni negative. Altre reazioni abnormi si notano nell’improvviso aumento di attività ludiche, di immersioni in momenti di svago e di rilassamento (evidentemente con scopi compensatori). Qui è il modo con cui “non si vuol sapere d’altro”, il carattere di isolamento rispetto alla realtà, il ritiro dalla responsabilità di contattare le notizie provenienti dal mondo, il fattore che rendere abnorme questa forma di adattamento. Questi individui possono arrivare ad enfatizzare i momenti di svago, di ritrovo, di rilassamento al punto da sembrare cinici e menefreghisti, rispetto alla situazione cui tutti invece fanno riferimento. Le relazioni possono risentire di queste differenze di comportamento fomentando intolleranze, giudizi sommari e aggressività gratuite che invece potrebbero essere evitate se tutti fossero a conoscenza del fatto che ogni individuo reagisce come può, proprio cercando una soluzione ai conflitti che si generano quando si viene a conoscenza di eventi angoscianti e ansiogeni.

Altre reazioni possono apparire evidenti come frutto di cattivo adattamento. Fra queste vi è la difficoltà di mantenersi fluidi nell’adattamento alle varie situazioni della vita. E’ ovvio che ci siano situazioni la cui gravità o leggerezza dipendono dal contesto. Una lite in ufficio, un contrasto tra due automobilisti per chi deve passare per primo, un dispetto del compagno di scuola, una ripicca tra moglie e marito, ecc. sono tante le situazioni che possono stimolare una serie di conflitti e la necessità di reagire per risolverli.

Un buon equilibrio emotivo permette di rendersi conto del contesto in cui si è e conseguentemente di misurare le proprie reazioni senza andare oltre misura e senza mettere in discussioni livelli non pertinenti a quello in gioco. Quando invece non siamo in condizioni di benessere psicofisico ecco che avvengono fenomeni di drammatizzazione, di attribuzioni di capro espiatorio, di reazioni esagerate per il predominio o per evitare un sentimento di umiliazione che a ben vedere è sproporzionato agli elementi in gioco. In altre parole non si riesce più a misurare il calibro delle proprie reazioni, presi in una rigidità e tensione fuori norma.

Abbiamo solo accennato ad alcune delle forme di reazioni che si possono osservare quando non si è in una condizione di benessere. Come abbiamo già detto non si riesce a tenere il benessere, la capacità di relazionarsi appropriatamente alla proprio interiorità e all’ambiente che ci circonda, quando da una di queste due parti giungono richieste insostenibili per il nostro “sistema operativo”, la nostra mente. Se da un lato si può anche pensare ad un controllo delle forme di comunicazione cercando di non esagerare nell’intensità, brutalità e crudezza degli stimoli (in effetti i telegiornali non risparmiano particolari terribili e orribili, proprio quando a tavola, si è in presenza di bambini o in condizioni di richiesta di rilassamento e di nutrimento), dall’altro dobbiamo renderci conto che le regole sociali, i parametri di comportamento, e gli avvenimenti che avvengono fuori della nostra individualità sono in ogni caso prodotti dall’insieme del comportamento di altre “univocità”, di altri individui, del nostro o di un altro gruppo culturale. Insistere dunque affinché l’individuo nasca e cresca imparando a rispettare se stesso e l’ambiente, a lavorare per se stesso e per l’ambiente, significa anche mettere le giuste premesse per garantire un mondo più compatibile, più armonico e meno disponibile ad attriti e spigoli aggressivi.

Un ultimo appunto va sottolineato per quanto riguarda le reazioni degli adulti in presenza dei bambini. Questi ultimi, incapaci ancora di assegnare le giuste grandezze tra se stessi e il mondo, utilizzano durante il loro sviluppo i genitori come modelli sempre più interiorizzati, mutuandone spesso lo stile e le idee come prime forme di reazione appropriata al mondo degli adulti.

Genitori angosciati, genitori impauriti, genitori arrabbiati, genitori insoddisfatti, confusi o rassegnati finiscono per costituire un’arma spuntata, se non a doppio taglio, per la mente e lo spirito di questi bambini, adulti del domani.

La psicologia, e quando necessario la psicoterapia, possono aiutare l’individuo a ritrovare il proprio benessere, e rendere meno lacerante possibile la convivenza tra il dentro e il fuori, tra le pretese assolute della nostra mente istintiva e la “realtà” così come ci appare agli occhi del nostro tempo.

 © Dr. Giuseppe Vadalà - 2004 - Il testo non può essere riprodotto né in parte né totalmente senza il consenso dell'autore