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Essere in grado di comunicare con efficacia e relazionarsi agli altri in modo soddisfacente è oggi un’abilità essenziale per sentirsi capaci di adattarsi all’ambiente e realizzare le proprie aspettative.

L’individuo cresce con valori e ambizioni che sono una mistura di ciò che acquisisce nel suo ambiente di sviluppo, la famiglia, e nel mondo di relazioni che lui stesso crea man mano che, diventando adulto, affronta la vita in prima persona.

La libertà di realizzare se stessi è fortemente limitata se, per vari fattori, la capacità di esprimersi e la fiducia nel fatto di sapersi e potersi esprimere risulta ridotta in misura significativa.

L’individuo può allora desiderare, fantasticare - costruire un modo di “se” e di “ipotesi” dove rappresentare tutte le proprie potenzialità - per compensare una vita invece misera di contatti e di spessore qualitativo nelle relazioni, siano esse sentimentali che di altro genere.

Riuscire a comunicare in modo adeguato significa non soltanto possedere integro il funzionamento degli apparati preposti alla comunicazione, ma significa soprattutto aver raggiunto la consapevolezza che permette di svelare se stessi con sicurezza, nella giusta misura, e anche proteggere con forza la propria intimità, quando è necessario.

Si tratta di un equilibrio fra il “dentro” e il “fuori” di un essere umano. L’Io di una persona dovrebbe riuscire a rispettare le esigenze di entrambi i “luoghi”, costruendo quella rete armonica di modifiche dell’ambiente interno (abitudini, atteggiamenti, convinzioni, ecc.) ed esterno (tipi di persone, ambienti fisici, attività, ecc.), che permettono uno scambio proficuo e la massima realizzazione del benessere con il minimo sforzo possibile.

Immergersi nel contatto con gli altri senza avere la certezza di saper condurre la propria navigazione è sempre una fonte di pericolo per l’autostima di una persona e a tali rischi gli individui reagiscono in modi diversi: qualcuno aumenta i controlli e prosegue con eccessiva cautela (i timidi), altri evitano tutte le situazioni dove possono sentirsi troppo esposti e sotto i “riflettori” (personalità evitanti), altri ancora attirano l’attenzione con comportamenti buffi, bizzarri e teatrali, per costringere gli altri ad un certo tipo previsto di comportamento o per impedire che l’attenzione cada su aspetti più interiori e fragili dell’interlocutore.

I comportamenti messi in atto per rimediare all’insicurezza dell’espressione di se stessi possono essere numerosi e se ripetuti in modo cronico e rigido possono diventare uno stile comunicativo, limitando costantemente le prospettive di cambiamento e facendo spesso precipitare le persone in dolorosi circoli viziosi, dove si va alla ricerca delle poche persone che si pensa possano “tollerare” questi comportamenti e, pure con loro, finendo per mettere in atto gli stessi comportamenti tali da rendere i rapporti poco incisivi, superficiali o, al contrario, drammaticamente profondi, conflittuali e difficili da gestire con dinamicità ed entusiasmo.

Comunicare se stessi implica innanzitutto conoscersi e sapersi “maneggiare”. In altre parole occorre aver acquisito la capacità di vederci allo specchio (in senso figurato) con obiettività e tolleranza, riconoscendo sia gli aspetti fragili che quelli più sviluppati e di sicuro successo.

Nella comunicazione e nel confronto con gli altri, a ben vedere, non si può mentire. Certo, il contenuto delle nostre parole può essere falso (per esempio possiamo millantare delle proprietà e un conto in banca che non esistono), posto in essere per ingannare deliberatamente qualcuno, eppure durante la comunicazione inviamo informazioni “veritiere” sul nostro modo di essere.

L’insicuro comunica in modo insicuro, o volendo dimostrare una facciata di sicurezza, in modo spavaldo. Il timoroso manifesta tutte i segni della paura, se non fa un salto mortale finendo per essere oltremodo coraggioso, tanto da risultare incapace di tenere conto della propria incolumità.

La persona che teme il giudizio analizza costantemente il suo ambiente e le reazioni degli altri per evitare di trovarsi a mal partito, oppure giudica sommariamente e con disprezzo gli altri, riservando loro ciò che nel privato del proprio animo esprime continuamente verso se stesso.

L’individuo dipendente non sta sulle proprie gambe e si muove solo dopo essersi assicurato che gli altri, coloro che dovranno supportarlo, non possano “scappare”, con una infinita serie di collusioni, incastri, ricatti e manifestazioni di falsa crescita (e vane promesse) durante i momenti di crisi.

Come ho già detto, sono molto numerose le modalità con cui la persona che soffre di un disagio nella comunicazione e relazione con gli altri può cercare di compensare o di adattarsi. Nei casi fortunati, piuttosto rari direi, si riescono a produrre coppie o al massimo piccoli gruppi di amicizia che garantiscono una certa “tenuta” verso la persona che ha difficoltà, pur creando rapporti che affrontano necessariamente crisi ricorrenti.

Nei casi peggiori, invece, le ripetute sconfitte negli approcci relazionali, le ferite al proprio Io, la sensazione di una diversità abissale e incomunicabile, l’oscuro lamento di debolezza e mancanza di risorse, possono portare all’isolamento, alla convinzione circa l’immutabilità della propria condizione, fino a condizionare in negativo i valori profondi di concetti come l’amicizia, l’amore, la condivisione. Queste persone, così sole e così in lotta dentro se stessi, finiscono per favorire, con i propri atteggiamenti, proprio quei rifiuti e isolamenti che temono in così forte misura. Il circolo vizioso di chi - solo, ferito e depresso - sputa veleno e morde la prima mano che incontra (proprio quella che invece è lì per aiutarlo), produce un fallimento nel normale percorso di sviluppo psicologico dell’uomo, appiattendogli la vita e le prospettive di realizzazione dei desideri.

A poco vale, spesso, il ricorso a surrogati per il soddisfacimento dei bisogni primari: la dipendenza da cibo, droghe, alcool, pornografia o il ricorso frenetico al gioco d’azzardo possono essere spiegati, almeno in parte, come un tentativo velleitario di ottenere direttamente gratificazione, stimolo, successo, appartenenza senza passare dalle proprie capacità di comunicazione e relazione adulta con l’ambiente.

Persino la comunicazione virtuale tramite Chat, così di moda oggi, può essere vissuta in questo modo patologico, con la tendenza a comunicare in modo falso, irrealistico, oltremodo seduttivo e sganciato dalle proprie abilità reali, tanto che spesso questo mondo di comunicazioni e relazioni virtuali si sgretola alla prima telefonata reale o incontro lontano dai computer. La dipendenza da Chat, dalle illusioni date dal brivido dei primi momenti di una conoscenza, con il velo della distanza e dell’anonimato che coprono la verità, a volte procura una falsa e apparente vita sociale, che nasconde invece la realtà di una vita privata piuttosto misera.

Una via privata, infantile, che non porta altro che maggiore isolamento, diversità e perdita di fiducia in se stessi.

L’importanza del ricorso ad una buona relazione terapeutica nei casi di timidezza e disagio nella comunicazione è sottovalutata. Spesso si esaurisce il discorso dicendo “Cosa vuoi, è carattere…” oppure “…non c’è niente da fare, ho preso dai genitori. Erano anche loro così!”. Oppure si finisce per razionalizzare e generalizzare convinzioni quali “Meglio un amico buono, che tanti che non ti vogliono bene”.

Le auto-cure basate sulla lettura degli immancabili manualetti per migliorare la comunicazione e l’autostima completano il quadro. In realtà lo psicologo e lo psicoterapeuta per i casi più gravi possono fare molto, all’interno dei colloqui psicologici.

Al di là delle tecniche utilizzate, che possono essere prese come strumenti per la modificazione del comportamento, c’è quasi sempre la necessità di ampliare la visione che l’individuo con disagio psicologico ha di se stesso, con l’inevitabile conseguenza di completare la “crescita” verso la maturità, con il distacco dalle figure genitoriali, la consapevolezza circa gli usuali atteggiamenti, le negazioni più frequenti e gli auto-inganni con i quali vengono mantenuti i meccanismi perversi che bloccano la crescita.

Niente accade facilmente. Lo studio dello psicologo, incontro dopo incontro, è pronto a ricevere l’entusiasmo iniziale, come il disappunto per i momenti di “magra” e le zone buie, che a volte si presentano durante un percorso.

L’individuo che desidera cambiare non può e non deve delegare allo psicologo un potere che egli non ha né vuole. Non può attendersi un magico cambiamento né una formula che gli eviti di mettersi in gioco e di giocare con le proprie carte.

Un percorso terapeutico è un viaggio mirato e prestabilito, ma pur sempre un viaggio che si fa in due, apprezzando i cambiamenti che avvengono, con il giusto ritmo, man mano che si fanno proprie alcune tappe. Questo cambiamento di atteggiamento e sviluppo di consapevolezza si attua all’interno della relazione con lo psicologo. La fiducia nel mettere in gioco se stessi, le tecniche utilizzate per esplorarsi e confrontarsi, l’analisi della storia personale condotta con attenzione, misura e sicurezza, nonché l’indagine attenta delle condizioni attuali, favoriscono una percezione chiara e una ripercussione profonda dei contenuti e delle modalità di comportamento, finendo per offrire all’individuo le giuste condizioni al fine di verificare nuovi modi di comportamento, più adeguati alle proprie potenzialità e disposizioni, nonché alla propria indole. L’esperienza di cambiamento concreto, con il supporto dello psicologo, diventa il nuovo laboratorio entro cui esprimere finalmente se stessi con pienezza e autenticità.

Ciò che accade durante e dopo, quando l’individuo finalmente esporta definitivamente nella vita di tutti i giorni le conquiste ottenute, assomiglia un poco al passaggio da una visione in bianco e nero ad una a colori. Le cose sono le stesse di sempre, ma hanno tutto un altro significato e soprattutto un’altra prospettiva. Così diviene più facile e spontaneo muoversi verso il colore della vita.

© Dr. Giuseppe Vadalà - 2006 - Il testo non può essere riprodotto né in parte né totalmente senza il consenso dell'autore